Nevica

Noi abitiamo un posto fantastico. A pochi metri dal Parco dell’Antola. Un luogo che ci permette, almeno due volte l’anno di vedere la neve. Che è sempre uno spettacolo specie se si è al caldo e si ha qualcosa in dispensa.

Da ragazzi questi monti ci affascinavano. Ci venivamo spesso con i nostri vecchi. Con i nonni, uno dei quali sognava di venirci a vivere. Ne apprezzava la quiete, stava bene con la gente di qua, era favorito dalle belle e possibili passeggiate in pianura essendo avanti con gli anni e, al tempo stesso, sperava sempre di poter salire dove giorno dopo giorno arrivava sempre di meno. Sognava di raggiungere ancora il Monte, 1598 metri s.l.m. Dove era salito tante volte negli anni in cui le gambe e il fiato glielo avevano permesso. Quel sogno, diceva papà, lo abbiamo realizzato noi. Siamo venuti ad abitare qui nel lontano 1981, abbiamo scelto la quiete e la solidarietà di questi luoghi per crescere  i nostri figli i quali, a loro volta, sono tornati alla città. Ma in questi monti hanno fatto esperienze importanti, hanno respirato aria buona, hanno stretto grandi amicizie. Hanno imparato a sopportare i disagi del pendolarismo per studiare e per lavorare e ad apprezzarne i vantaggi.

Noi siamo maestri del pendolarismo. Su Genova prima e su Milano dopo ci abbiamo passato tutta la nostra vita lavorativa. Non dimenticheremo mai le amicizie nate sui treni dove ogni mattina trovavamo nel gruppo maggiori energie per affrontare i diurni problemi di una professione difficile e complicata. Che richiedeva sempre l’uso del cervello.

Ora nevica. Una neve soffice e persistente anche se un po’ bagnata. Una neve destinata a durare poco per via delle temperature previste in rialzo e del pomeridiano miglioramento da Sud Ovest. Eppure in questa coltre che copre ogni cosa e trasmette un euforico senso di pace rinnoviamo sempre la sorpresa della prima volta. Chissà quanti anni fa, quando il clima era diverso e anche a Genova e nelle sue periferie nevicava sovente. In quel tempo che si apriva alla vita, ai progetti, ai sogni. Quando tutto era possibile. Ad essere sinceri siamo soddisfatti e contenti della nostra vita. Dobbiamo continuare a guardarci dietro quando le cose sembrano andar male e a guardare avanti quando ci pare che tutto vada bene.

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Felici si nasce ma ……….

Alla nostra età, osservando gli altri e  i loro comportamenti ci si convince che la felicità è molto soggettiva e che ci sono persone che nascono felici e mantengono questo atteggiamento ottimista durante tutta la vita. Altre invece nascono infelici e continuano a vivere in modo dimesso e tedioso. Sappiamo bene quanto poi le esperienze belle e brutte della vita, in particolare quelle della prima infanzia e dell’adolescenza contribuiscano a costruire il carattere della persona adulta. La psicoanalisi è capace, se praticata da un medico onesto e bravo, di rimuovere molti traumi psichici ma purtroppo una buona percentuale di strizzacervelli non soltanto non è dotata ma è anche profondamente disonesta. Il che è tutto dire!

Se felici si nasce non è però detto che i cosiddetti infelici non possano fare qualcosa per migliorare la loro qualità di vita. Come? In tanti modi, oseremmo dire. Ad esempio cercando di osservare il proprio intorno e il proprio io e cercando di capire come funzionano le emozioni, i sentimenti, le privazioni, i sacrifici, le vittorie e le sconfitte e tutto quello che fa parte del nostro diurno vivere. Una volta compresi certi meccanismi si può passare ad agire con decisione e perseveranza. Facciamo alcuni esempi per capirci meglio:

1. Qual è l’ingrediente principale di un buon piatto? Se ci pensiamo un po’ sopra non fatichiamo a dire che è la fame. Questa sensazione, la voglia di rubare un panino dalle mani di una persona dopo una lunga escursione in montagna e finita ogni vivanda, dovremmo averla provata tutti o quasi. Noi oggi siamo abituati, per non far calare gli zuccheri nel sangue, a pasti regolari. Colazione, pranzo, merenda, cena, fanno parte dei nostri usi. Ma proviamo, ad esempio a fare una buona colazione e a saltare il pranzo. Arriveremo a sera con una fame da lupi che renderà squisita ogni vivanda che ci accingeremo a consumare. Un tempo i cattolici usavano digiunare. I più anziani ricorderanno che non ci si poteva comunicare se non a digiuno. Questa privazione era utile dunque per farci assaporare di più il cibo, per gustarlo fino in fondo. A livello emozionale si originavano due “felicità”. La prima stava nell’aspettare con trepidazione il momento in cui avremmo mangiato. La seconda si concretizzava quando degustavamo il cibo. Il digiuno quindi era un modo per aumentare il livello del nostro umore.

2. Quando eravamo bambini, mesi prima del Natale, scrivevamo a Gesù Bambino oppure a Babbo Natale, a seconda della famiglia di cui facevamo parte. Famiglia che conosceva bene il nostro desiderio ma non lo esaudiva subito. Sarebbe stato infatti dannoso privarci del desiderio. Era una regola di buona educazione far desiderare tanto una cosa  e subordinarne l’ottenimento a un comportamento diligente, studioso, educato da parte di chi doveva ricevere il dono. Che era anche un premio! Che poi l’aspettativa del dono delineasse un periodo gioioso e il possesso di esso fosse magari un po’ deludente, cosa che in certi casi accadeva, faceva parte dei rischi di questo tipo di educazione. D’altra parte nel suo poema “Alexandros” Giovanni Pascoli esprimeva in versi la delusione di Alessandro Magno quando questi aveva conquistato tutto il mondo conosciuto e la sintetizzava in queste parole: “il sogno è l’infinita ombra del vero”. Sognare quindi fa molto bene alla mente e all’umore. Una persona senza sogni è portata ad intristirsi.

3. La privazione temporanea è anche importante in tanti altri aspetti del nostro quotidiano. Pensiamo solo a un campionato di calcio che si giocasse ogni giorno e ricordiamo quanto le tre partite di fine anno 2018 siano state troppo ravvicinate. Il fenomeno sociale del calcio si esprime al meglio, produce gioia, amarezza, sfottò, dialogo e comunicazione umana quindi voglia di stare insieme, di fare gruppo, di avere un “ideale” comune, solo se le partite sono intervallate in modo tale da goderne i successi e da metabolizzarne le sconfitte.

Infiniti sarebbero gli esempi che potremmo fare. In estrema sintesi possiamo dire che l’attesa di un evento che desideriamo e che ci piace, produce gioia. E anche che l’avere tutto e subito e il peggiore dei modi per star male. Non a caso, riportano gli studi di storia della psichiatria, durante la Seconda guerra mondiale i disturbi psichici erano praticamente crollati mentre sono sempre più numerosi nei paesi ricchi dove i cittadini stanno meglio. Il benessere ripetuto e di livello elevato suscita sempre il desiderio di provare cose nuove ma arrivati a un certo punto, quando tutto o quasi si è provato, declina spesso nel vizio, nella dipendenza. Alcol, droga, sesso, gioco d’azzardo e legalizzato (macchinette mangiasoldi portate nei più remoti angoli della provincia) sono l’espressione di una società molto malata.

Cosa fare dunque per cercare di migliorare la nostra felicità? Sognare e imparare a desiderare le cose sono certo un buon punto di partenza.

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Sanità in crisi? ma no basta aspettare

Se il paziente si chiama così un motivo ci sarà. Da sempre chi è malato perde potere a meno che non abbia qualcuno che lo tuteli, che lo difenda. Ma quello che è successo a Dicembre e Gennaio in quasi tutti gli ospedali italiani  è passato per occhio (detto marinaresco che significa disatteso). I Pronto (Pronto Soccorsi) sono stati intasati da un mare di pazienti colpiti dall’influenza e dalle sue inevitabili complicazioni. Lunghe ore di attesa per venire visitati e ricoveri di giorni su barelle strette e alte, un via vai di medici e para che non bastano più per curare una popolazione che diventa sempre più vecchia e sempre più malata. Il personale dei Pronto è encomiabile ma le condizioni in cui è costretto a lavorare sono da anni critiche. Mai come quest’anno però sono state sotto gli occhi di tutti con scarsa attenzione da parte dei media. I quali vanno alla ricerca della notizia sensazionale ma non si fermano ad esaminare e ad investigare i problemi reali che ha la gente.

Tutto questo è squallido se si tengono anche in considerazione le tempistiche della Regione Liguria per fare certi esami. Squallido perché i diritti del malato sono calpestati da un sistema che ha pochi operatori.

Il Ministro ha emesso un po’ di decreti tra i quali quello che aumenta certi farmaci danneggiando in questo modo i pazienti e le case farmaceutiche, non ricordando che in un sistema economico senza inflazione e privo di aumenti di pensione e di stipendi i prezzi dei farmaci dovrebbero restare rigorosamente bloccati.

Tra poco andremo a votare ma pochi ne parlano. La gente è stanca, stufa e quel che è peggio rassegnata. Il che è un segnale di decadimento morale al quale abbiamo assistito in altre epoche passate. In questa situazione può accadere di tutto anche se fortunatamente siamo in Europa. Ché altrimenti saremmo chissàdove. In epoche come questa la storia insegna che i giovani, in particolare, erano e sono fragili, con scarni punti di orientamento. Parlo delle generazioni fino a vent’anni o giù di lì.  Educate a far poco e a esigere tanto. Questo modo di educare indebolisce i valori fino ad annientarli. E senza valori non si va da nessuna parte. C’è chi parla di regresso in atto e viene deriso. La gente confonde il progresso tecnologico e lo assimila a quello morale. Ma non è così. Le giovanissime generazioni sono rese fragili giorno dopo giorno da una famiglia spesso spaccata, da una scuola che ha pochissimo potere, da un sistema sanitario alla frutta, da un’economia che non si capisce bene quanto possa tenere botta.

Dovremmo insegnare ai giovani a risparmiare, a mettere soldi da parte ma gli Istituti di credito danno interessi miserabili e non aiutano. Dovremmo insegnare ai giovani il valore della parola data, degli accordi da rispettare ma appena c’è una diatriba ecco che insegniamo loro a rivolgersi subito a un avvocato. Che poi, nella maggior parte dei casi, è un mangiasoldi a tradimento.

Questo sistema è vicino a collassare. E nessuno lo dice. Nessuno di quelli che hanno potere ha davvero il coraggio di aprire bocca e dire le cose ma stanno realmente. Si tende a tappare i buchi di una barca che galleggia a malapena pensando stupidamente che domani il mare sarà calmo  e si potrà raggiungere la riva e fare un calafataggio come si deve mentre la tempesta ci aspetta, paziente anche lei, ma spietata.

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Stracittadina ai blucerchiati

Ieri sera, Sabato 4 Novembre 2017, si è giocato a Genova il tanto atteso Derby. In un clima di festa i tifosi rossoblucerchiati si sono goduti, fianco a fianco, una bellissima partita dove tutt’e due le squadre hanno dato il massimo. Ha vinto la Samp (2 a 0) ma la partita poteva finire con qualsiasi risultato. Quello che impressiona sempre del Derby genovese è la correttezza dei tifosi che pur sfottendosi abbondantemente restano tra i migliori del mondo. E, di questi tempi, non è davvero poco.

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Più vecchi ma più malati

Un po’ di tempo fa ho letto un articolo che descriveva come la popolazione dei paesi sviluppati campi di più ma sia molto più malata di qualche decennio fa.

Prima di tutto bisogna osservare che il progresso della medicina e della farmacologia tengono oggi in vita persone malate che qualche decennio fa erano destinate a morire a breve termine. Certamente questa è la ragione principale perché campiamo di più ma siamo più malmessi.

A nostro avviso c’è però da aggiungere qualcosa. Quando si supera una certa età si tende a rinunciare a vivere. nel senso che tante delle attività che si svolgevano prima vengono considerate rischiose e non si praticano più. Non è dato sapere quale sia la percentuale di “anziani rinunciatari”, neppure in modo approssimato. Ma si sa di un mucchio di loro. Sono persone che hanno smesso di guidare, di andare in giro, soprattutto per i boschi e nei luoghi affollati, di percorrere luoghi pochi illuminati la sera, di recarsi a teatro o al cinema. Persone che chiudono a doppia mandata la porta di casa, non appena si fa buio e si cibano di televisione, stando attenti, in modo esagerato a quello che mangiano e a quello che bevono, interpellando il medico non appena tira loro un pelo e sottoponendosi a decine di analisi e test vari ogni anno. Persone che disegnano una qualità della vita assai scarsa ma che, così facendo, riducono fortemente il rischio di infortuni, di malattie, il rischio di morte, insomma.

Alcuni giorni fa parlavo con un novantenne che guida ancora discretamente, se ne va a funghi su questi monti e fa un sacco di altre cose. MI diceva che fino a quando le gambe lo reggeranno continuerà a vivere in questo modo perché, a suo dire, vivere in modo sedentario non ha senso alcuno.

A chi dare ragione?

Una cosa la si può dire con certezza. ognuno ha il diritto di vivere come può (lo diceva anche una canzonetta della nostra gioventù) e soprattutto come vuole. Non soltanto i giovani possono scegliere il loro modus vivendi. Hanno il diritto di farlo anche gli anziani. I quali troppo spesso si preoccupano di cose che, specialmente alla loro età, non hanno alcuna importanza non accettando la realtà nuda e cruda. Che la vita è un segmento di eternità con un inizio e una fine. E che più si va avanti più ci si avvicina al termine della corsa.

Con un po’ di fede, poi, tutto diventa più facile. Per chi ha la gioia della fede, male che vada, la morte è un sonno eterno. Se poi va bene ci può essere una beatitudine incommensurabile che non possiamo neppure immaginare,. Per le persone buone, generose, attente ai bisogni degli altri non può esserci inferno perché, per quelle persone lì, “la morte si sconta vivendo”.

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Due chiacchiere tra anziani

Ognuno di noi, quando arriva a una certa età, fa i conti per l’aspettativa di vita che gli rimane. Lo può fare in silenzio, allegramente, tristemente ma lo fa. Statene certi. L’aspettativa media di vita, oggi fissata intorno agli ottant’anni, un po’ di più per le donne, non è un calcolo astratto. Si basa su dati precisi elaborati statisticamente. Questa indicazione non è ovviamente l’età media di vita. Che è molto più bassa. Ma l’età che una persona può ragionevolmente raggiungere.

Arrivati intorno ai settanta, per quanto in forma si possa essere, ci si chiede quanto ci resterà da vivere e come vivremo. Questa domanda ce la facciamo molto spesso. E la risposta, alla fine, è sempre la stessa. Incerta. Allora guardiamo a quei casi di ultracentenari in forma che conosciamo o di cui abbiamo sentito parlare. E ci consoliamo così. Sperando.

Non fa lo stesso il nostro cervello. Il quale elabora varie paure proprie dell’età senile. La paura di perdere la vita viene sostituita dalla paura di diventare poveri oppure dalla paura del clima freddo o di quello caldo. E ancora più semplicemente dalla paura di una raccomandata. Un insieme di paure che per elencarle tutte ci vorrebbe un’altra vita. A volte piccole manie. Altre superstizioni. Più si invecchia e più ci si attacca alla vita e scoccia da matti sapere che un giorno, non sappiamo quando, la perderemo.

Questo processo di sostituzione di altre paure a quella di morire non avviene in tutti e per tutti. Ci sono ovviamente le eccezioni che confermano la regola. Ci sono persone che si dichiarano, più o meno credibilmente, sereni e pronti a morire ma si contraddicono subito dimostrandosi attaccati alle cose terrene in un modo a dir poco esagerato. Altri invece sereni lo sono davvero. Ed ecco che li vediamo staccarsi giornalmente da un qualcosa cui fino a quel momento avevano tenuto moltissimo. Si preparano, lentamente ma giornalmente all’ultimo atto. Uscire di scena alla grande, con poche cose ma con tanta pace nel cuore.

I più fortunati sono quelli che hanno una fede cieca nell’aldilà. Persone certe che ci sarà un Paradiso. Persone convinte che la propria religione, quale che sia, è fonte di verità assolute e inoppugnabili.

Quelli meno fortunati immaginano, piaccia o meno, il sonno eterno senza sogni, la pace, la quiete assoluta. Del resto anche noi cattolici recitando la preghiera del “L’Eterno Riposo” ripetiamo “…..splenda ad essi la luce perpetua, riposino in pace, amen”. Non vi è alcuna promessa di resurrezione in questa preghiera. Mentre le promesse di resurrezione ricorrono frequentemente in tutti i Vangeli e nella Sacra Bibbia. Un contrasto, che prima o poi, la Chiesa dovrà affrontare.

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Casella si prepara all’ultimo saluto a Giuseppe

Domani, Giovedì 27 Aprile 2017 alle ore 15.30, ci saranno a Casella, i funerali del piccolo Giuseppe che avrebbe compiuto sette anni a Ottobre. La cittadina della Valle Scrivia si sta preparando a dare l’estremo saluto al suo piccolo concittadino. Il Sindaco ha proclamato lutto cittadino e ha invitato tutti a partecipare nel modo in cui ognuno riterrà opportuno pregando i negozianti di abbassare le saracinesche dalle 15.30 alle 17.00.

Stamattina i compagni di Giuseppe sono andati a scuola e le maestre hanno fatto fare loro dei disegnini cercando di allentare la tensione. E’ probabile che i compagni di Giuseppe siano al funerale domani.

Il paese è spaccato a metà. Via Mandelli è interdetta alla circolazione per una cinquantina di metri e neppure i pedoni possono passare. C’è infatti il rischio che tegole o pezzi di intonaco possano staccarsi dall’edificio incendiato.

In giro c’è una strana atmosfera. La gente non scherza, non sorride. I discorsi finiscono sempre lì. Non riusciamo ancora ad accettare la morte del piccolo Giuseppe e ci vorrà tempo per elaborare questo tremendo lutto, soprattutto per il modo nel quale è esploso in tutta la sua drammaticità. Guardare alla palazzina sventrata dalle fiamme con il tetto letteralmente scoppiato per le temperature altissime sviluppate dall’incendio, è una cosa che stringe il cuore e acuisce il freddo e l’umido di questi giorni. Dopo tanti giorni di clima secco anche il cielo piange.

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E’ morto il bimbo di Casella

La morte è la fine della vita. E’ sempre brutta, fredda, atroce. Ma quando colpisce un bimbo di sette anni non si riesce proprio a capirla. Il bel paese dell’entroterra ligure, meta di gite, asilo di villeggianti, la notte tra Venerdì e Sabato ha vissuto uno dei suoi peggiori momenti di storia. Una casa ha preso fuoco. Poco importa ora la causa. Quello che ci lascia attoniti, vuoti, senza parole, è la fine prematura di una vita. Un bimbo che abbiamo incontrato chissà quante volte, pieno di energia come tutti i bambini della sua età, pieno di sogni e di speranze. Un bimbo che aveva un papà e una mamma meravigliosi e il cui amore non è bastato a salvarlo.

Parliamo spesso di Dio. Ci crediamo. Abbiamo bisogno della fede. Ne siamo consapevoli. Certi. Dobbiamo credere per andare avanti. Ma oggi i suoi disegni, che vengono definiti imperscrutabili dalla teologia cattolica, non li comprendiamo e neppure ci riesce di accettarli.

Quanti bambini muoiono ogni giorno nel mondo… La televisione e la rete di Internet ci hanno abituati a vedere la morte in diretta. Ma la visione dei film violenti ci fa sembrare la morte una sorta di virtualità lontana, irraggiungibile. Come se quello che ci mostrano accadesse in un altro universo, lontano milioni di anni luce da noi. La morte, quando arriva e picchia vicino, è una cosa diversa. La sua freddezza, il suo gelo, la sua staticità ci lasciano allibiti se appartengono a una persona anziana che chiude quasi naturalmente la sua corsa, che è arrivata al capolinea. Ma vedere la casa squarciata di Giuseppe e immaginarlo nella glaciale stanza dell’obitorio del Gaslini ci spezza il cuore e fa scorrere copiose le lacrime. Ci eravamo stati tanti anni fa in quella stanza ghiacciata del Gaslini. Era Settembre eppure faceva un freddo boia. Dentro un paio di piccole tombe bianche come la neve. In una di esse una bimba, la figlia del nostro migliore amico, una creatura di sei mesi morta in pochi giorni senza che la scienza e le preghiere potessero fare nulla. Tornammo a casa distrutti e ci volle tempo per ritrovare una serenità accettabile. Ora Giuseppe, dopo l’espianto degli organi, andrà là. “Chiunque arrivi è sempre lo stesso strazio”, ci disse allora uno delle pompe funebri.

In rete hanno lanciato l’idea di un atto di solidarietà per aiutare i genitori di Giuseppe che nell’incendio hanno perduto tutte le loro cose. E’ certamente una buona idea e speriamo che il Comune la realizzi aprendo un conto corrente ad hoc presso una delle due banche del paese.

Non farà tornare Giuseppe ma faciliterà il cammino di recupero e l’elaborazione del lutto dei suoi genitori.

Il giorno dei funerali sarà a Casella lutto cittadino. I negozi abbasseranno per un’ora le saracinesche. Saremo tutti lì, sul piazzale della chiesa a dare l’estremo saluto al nostro piccolo compaesano con la speranza e con la fede che trovi nell’Altrove un mondo pieno di giustizia e di pace.

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Primavera, stagione di amori

Di fronte alle finestre di casa mia c’è un albero alto 25 metri o qualcosa di più. Ieri due gazze ladre vi si affaccendavano nel tentativo di costruirvi il nido. Una di esse aveva nel becco un rametto  lungo una quarantina di centimetri e cercava di adattarlo, meglio che poteva a sostegno della struttura. Con il solo becco si ingegnava a mettere in posa uno dei travi circolari del nido. Un lavoro commovente che la elevava a creatura sublime.

Tutti i grandi poeti e scrittori sono sempre stati sesnsibili alla Primavera. Una stagione carica di amore. Che spinge le creature ad accoppiarsi e a riprodursi, nel perpetuo trascorrere degli anni. C’è chi la Primavera l’ha sentita così forte fino a sublimarla senza però riuscire a raccoglierne la spinta vitale. Leopardi, ne “Il Passero solitario” non riesce a farsi travolgere dalla stagione degli amori pur ammirandola e contemplandola con dolce armonia di parole e profondi sentimenti. Resta comunque lì, sospeso tra un attimo di euforia quasi impercettibile e i suoi mille quesiti sulla vita e le sue dolorose sembianze. Domande importanti che terminano sempre in risposte razionali ma tristi. Altri si fanno rapire e trasportare sulle ali del vento e sugli aedori della passione. Cedono alla Primavera e ai suoi stimoli e realizzano il loro compito.

Ma cos’è dunque tutto questo trillar d’amore che ci circonda, che osserviamo nell’aria, nei campi……. Cos’è tutta questa vita fragile e urgente che cresce attorno a noi se non diamo ad essa il nostro contributo? Poca cosa. Infatti.

Quando ci pentiremo, piangeremo e ci volgeremo indietro e scopriremo che la cosa più bella, l’unica cosa davvero importante che dovevamo fare non l’abbiamo di fatto realizzata per celebrare il nostro egoismo, sarà troppo tardi. Non servirà volgersi indietro sconsolati. Il tempo sarà passato e andato via definitivamente lasciandoci soli alla nostra vecchiaia e ai suoi acciacchi. E’ ora di cambiare. Il sesso non è fine a se stesso e non è solo strumento di piacere. E’ per destino nobile regalatoci da Qualcuno che immaginiamo ma ancora non riusciamo a capire e  a conoscere, lo strumento sublime della procreazione che serve a renderci eterni. Con certezza. Trasmettendo i nostri geni ai nostri figli. Che realizza il più semplice e arduo dei compiti. Fare figli prima e poi crescerli, educarli, amarli per poi morire in pace con la nostra coscienza. Il solo modo che c’è, per tutti, di restare scritti nella storia.

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